Lorenzo Canova
Metamorfosi urbane
Roma, Galleria Officina 14, 2005
La pittura di Giorgio Ortona è profondamente legata alla rappresentazione della città, e in particolare all’immagine di una certa Roma, della cui periferia storica, delle zone narrate e filmate da Pasolini e Rossellini, il pittore è riuscito a condensare il nucleo antico di intonaco, di asfalto e di calore, il chiarore denso e impastato che fonde i palazzi e le strade in un manto polveroso di luce. Ortona, tuttavia, dipinge la città anche quando sembra raffigurare altro, quando si concentra sulle sue figure erette come torri e rinchiuse nelle stanze e negli interni, ritratte in altri momenti sulle terrazze aperte sul cielo e sulle vie della grande metropoli, o quando sceglie per le sue nature morte i sacchi di quel cemento che serve per dare una forma e un corpo tangibile alle case, ai balconi e ai cortili. Si potrebbe credere che l’artista utilizzi questi temi grazie alla sua solida formazione di architetto, ma si potrebbe pensare altresì che la stessa scelta degli studi di architettura è stata presa dall’autore per dare maggior peso e concretezza alla sua attitudine interiore e al suo amore per la città. Ortona, dunque, è il pittore delle grandi vedute di Roma e di Napoli in cinemascope, dei nuovi vicoli partenopei, della Pantanella e della sopraelevata della capitale, della città che si attorciglia come un serpente alle pendici di Monte Mario, dei ritratti dolenti di un padre nella sua quotidiana intimità, dei sacchi dipinti come frutti rigogliosi di una natura morta seicentesca. In qualche modo, il pittore è un testimone delle metamorfosi urbane, dei cambiamenti, dei problemi e dei miglioramenti della metropoli, grazie ad uno sguardo che si è fissato ripetutamente su alcuni luoghi che nel corso degli anni hanno cambiato radicalmente faccia e ambiente sociale, come è accaduto all’area che gravita intorno al quartiere del Pigneto, dove il pittore ha il suo studio, e che Ortona ha spesso raffigurato nei suoi quadri “documentando” la storia recente di una zona che (da Roma città aperta in poi) rappresenta un centro importante per l’iconografia della Roma contemporanea. Ortona ottiene questi risultati grazie alla sua peculiare capacità pittorica e disegnativa, alla particolare qualità della sua stesura cromatica che riesce a modulare la severità prospettica e architettonica ad una pennellata sottile e palpitante, ad una grumosità accesa da un fremito che infonde una vibrazione vitale ai particolari degli edifici, alle sezioni dei mobili, alla fissità dei corpi colti nell’immobilità astraente di un momento quasi fuori dal tempo. Il viaggio dell’artista è però recentemente giunto ad una svolta, ad un punto cruciale di trasformazione che vede la sua opera sospesa tra una figurazione rigorosa e ineccepibile e la sua possibile negazione, tra la tentazione di riprodurre la realtà attraverso una rappresentazione minuziosa e inflessibile e la volontà di ricordare allo spettatore che la pittura è sempre una parafrasi concettuale di quello che ci appare. Ortona intende forse mescolare la sua solidità iconica, la sua visione analitica e quasi lenticolare, la minuziosità da camera ottica del progettista (e del vedutista) ad un senso di incertezza e, talvolta, di disfacimento, ad una sorta di insidia, un virus scelto dal pittore per stravolgere tutti i risultati acquisiti all’interno del suo sistema figurativo. Le grandi prospettive metropolitane, le scene negli interni e gli stessi autoritratti dell’artista subiscono così dei cortocircuiti improvvisi, denunciano la presenza incongrua di elementi che si insinuano nel tessuto delle immagini, ne interrompono la fluidità, alterano il loro scorrimento e aboliscono la loro plausibilità visiva generando un sentimento di incertezza, un allarme strisciante che mette in guardia lo spettatore dalle sicurezze della percezione e della coscienza. Ortona, a tal fine, utilizza cancellazioni e inserti geometrici, rettangoli, macchie e sovrapposizioni concepiti forse come “filtri” tra lo spazio “fittizio” del dipinto e il nostro mondo, come un’intersezione temporale tra la figurazione e la nostra visione, sospesa volutamente dall’artista in una condizione di dubbio e di crisi latente. Il supporto della pittura diviene così il terreno per un’analisi serrata dei meccanismi linguistici della riconoscibilità, in una rappresentazione sospesa che lascia allo spettatore il compito di ricomporre e completare il volto interrotto dell’immagine, il mosaico composito e difforme di una città che la pittura di Giorgio Ortona riesce a rivelare nel suo corpo vitale, nella sua essenza che la rende il centro e il terreno di scontro delle mutazioni della contemporaneità.